L’empatia salva il lavoro umano

Abbiamo già trattato dell’argomento qualche settimana fa, ma un nuovo articolo del Corriere della Sera riapre il dibattito sul timore dell’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro e l’occupazione umana.

Nel 1983 l’economista premio Nobel Leontief fu il primo a rendere il dibattito più popolare introducendo il confronto tra gli esseri umani e i cavalli. La presenza di questi ultimi infatti, con la diffusione del motore a combustione interna, divenne in larga misura irrilevante.

Gli esseri umani per fortuna non sono cavalli e all’economista erano sfuggite alcune differenze, prima fra tutte la possibilità di adoperarsi per scongiurare l’irrilevanza economica della loro specie.

L’uomo infatti fa parte di una specie profondamente “sociale” e questo ci impone di non farci servire esclusivamente dai robot. Questa è la barriera più solida contro un’economia totalmente  automatizzata, il desiderio di contatti umani si riflette da sempre sulla nostra economia. Cerchiamo spasmodicamente di entrare e “subire” l’empatia nel prossimo. Ci riuniamo a teatro, allo stadio, andiamo sempre nello stesso bar per ritrovare l’ospitalità a noi famigliare. In questi e molti altri casi, l’interazione umana non è marginale bensì cruciale per la transazione economica. Gli essere umani hanno bisogni economici che possono essere soddisfatti solo da altri esseri umani, e ciò ci salva dal fare la fine dei cavalli.

Pensate di essere dei commerciali empatici? Riuscite a entrare in empatia coi vostri clienti o o rischiate di fare la fine dei cavalli?

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